Aiviter non dimentica i suoi connazionali di SABRATHA (Libia)

Aiviter non dimentica i suoi connazionali di SABRATHA (Libia)

  • 21 aprile 2016

SABRATHA (Libia), 3 marzo 2016

La dolorosa vicenda dei quattro italiani, sequestrati nel luglio 2015 da un gruppo di criminali di dichiarata fede islamica nel circondario di Mellitah, presso Tripoli, si è tragicamente conclusa, dopo quasi otto mesi dal rapimento, con la morte di due di essi : Fausto Piano e Salvatore Failla.

I quattro italiani lavoravano in qualità di tecnici specializzati per conto di BONATTI SpA, la nota azienda di Parma leader in messa in opera e assistenza a gasdotti. Il sequestro, con ogni probabilità volto ad ottenere un consistente riscatto, aveva innestato la consueta trafila di trattative, svolte tramite il governo di Tripoli e protrattesi sino al sanguinoso epilogo.

Sembrava che fosse stato raggiunto un accordo e la loro liberazione fosse imminente, ponendo fine al lungo calvario di percosse, inedia, sete, cui erano stati sottoposti dal gruppo, ma il peggio doveva accadere. Le forze di polizia del governo libico, infatti, dichiararono di avere trovato le salme di due italiani, che, durante l’azione militare delle forze libiche, volta a ottenerne la liberazione, erano stati eliminati dai rapitori con un colpo alla nuca.

Le due vittime Fausto Piano, anni 61, originario di Capoterra (Ca) e Salvatore Failla, anni 47, originario di Carlentini (SR), lavoravano entrambi per la Bonatti da anni.

Si sono salvati, riuscendo ad evadere dalla cella in cui erano custoditi gli altri due italiani Gino Pollicaro e Filippo Calcagno, dai quali si e’ appreso che erano stati separati dai sequestratori alla vigilia della tragedia.

Elemento che ha esacerbato lo strazio dei familiari e provocato diffuso sdegno nel nostro Paese è stato il comportamento dei libici, che hanno frapposto ostacoli d’ogni genere al rientro delle salme di Piano e Failla. Contro l’espressa volontà dei congiunti, i poveri resti sono stati sottoposti a una locale autopsia. Gli approfonditi esami svolti successivamente a Roma hanno rivelato invece quanto realmente accaduto: i due nostri compatrioti non sono deceduti a seguito di alcuno colpo alla nuca, ma di proiettili di arma da fuoco che li hanno raggiunti allo sterno e alla regione lombare. I cosiddetti “medici legali” di Tripoli, che non hanno peraltro trasmesso i proiettili, hanno alterato le ferite in modo da non consentire la individuazione delle traiettorie e hanno proceduto al prelevamento di tessuti, impedendo così di stabilire con certezza la data del decesso.

Aiviter esprime la sua vicinanza ai famigliari dei caduti tutti ed ai due rapiti.

Torino, 21 aprile 2016

AIVITER